Pier Paolo Mendogni

Una via per Ettore
dalla Gazzetta di Parma di Sabato 6 ottobre 2001

Una mostra antologica programmata a fine ottobre, ma probabilmente destinata a slittare di alcune settimane e l'intitolazione di una strada, già annunciata dal sindaco Massimo Tedeschi. E' il tributo di Fidenza al pittore Ettore Ponzi, scomparso dieci anni fa, il 31 gennaio del 1992. A Ponzi si deve una grande produzione artistica, proseguita fino a pochi mesi prima della morte. I suoi quadri costituiscono anche le più importanti testimonianze iconografiche della Fidenza distrutta dai bombardamenti.
Quando qualche studioso scriverà la storia della pittura fidentina, o borghigiana, penso, che incontrerà diverse figure "anomale", nel senso che difficilmente possono essere inquadrati in schemi preordinati: personaggi che hanno espresso le loro indubbie qualità artistiche "cantando" fuori dal coro; solisti in un mondo fitto di intruppati. E' stato così nel Settecento per Giovan Battista Tagliasacchi, teragno e graffiante in un mondo di fittizie svenevolezze. E' stato così per il "selvatico" e se sensibilissimo Oreste Emanuelli, che ha trasferito nel Fidentino le trepidanti atmosfere impressioniste assorbite a Parigi. E' stato così per Ettore Ponzi, che il carattere e la guerra hanno portato a dipingere più per se stesso che per gli altri: per un bisogno interiore che lo spingeva ad andare in bicicletta, in motorino con tavolozza e pennelli ad esplorare le soavi colline, gli angoli appartati dello Stirone per coglierne in ogni stagione momenti d'incanto, e "fotografare" scorci del Borgo (San Donnino) ancora sanguinante per le feroci unghiate dei bombardamenti, che avevano distrutto antiche case e con loro una parte ancora viva della storia, scrivendo pagine di nuova ferocia.
Ettore Ponzi occupa una posizione del tutto particolare nell'ambito di un pittura che non limiterei al parmense, ma allargherei a quella terra padana dove si incontrano Lombardia ed Emilia in quanto per gran parte del suo percorso artistico è rimasto fedele ad un modello che aveva come riferimento costante la natura col suo enorme potenziale espressivo, fatto di materia e di luce, di spessori e di trasparenze, di colori e di umori.
Nato a Fidenza nel 1908, ha mostrato subito, una forte predisposizione per il disegno. "All'età di cinque anni - ricordava - mi sentii preso dalla passione per l'arte; passione che non mi ha più lasciato, che anzi mi è stata fedele, e di grandissimo conforto in momenti molto difficili, sia in pace che in guerra". La sua vita non è stata facile. Terminate le elementari, negli anni duri che seguirono la prima guerra mondiale ha lavorato per aiutare la famiglia, eserci- tandosi però sempre nel disegno ed iniziando a dipingere, finché una borsa di studio del Comune gli ha permesso nel l930 di frequentare l'Istituto d'arte Toschi, a Parma, dove ha trovato grandi insegnanti tra cui Guido Marussig, il pittore Paolo Baratta e l'acquerellista Aldo Raimondi.
Agli anni Trenta risalgono i primi quadri nei quali l'impianto del disegno - sotto la spinta di quella tendenza che si ispirava ai Valori Plastici - si solidifica in volumi che la luce sottile e unificante attenua. Sono in prevalenza nevicate e il bianco dei tetti sfuma nel pallore del cielo, ma già in questi lavori Ponzi mostra una particolare attenzione per gli intonaci per cui ogni parete, oltre ad essere un elemento strutturale, diventa un macrocosmo pittorico che l'artista esplora nella sua variegata superficie, segnata dal tempo, dagli eventi, dagli agenti atmosferici, dalla violenza dell'uomo: piccole tessere di cromatica, silente poeticità che spiccano nella più vasta complessità dell'opera. La guerra lo conduce come ufficiale sul fronte, albanese e macedone. Nonostante le difficoltà morali, materiali e logistiche non rinuncia a dipingere. Nei periodi di tregua trasforma i coperchi di legno delle cassette per le munizioni in tavolozze. Chiese ortodosse, moschee, povere abitazioni, cenobi,paesaggi montani sono i soggetti di questi quadri di ridotte dimensioni, che in parte riesce a fare giungere a Fidenza e nei quali le luci si fanno più calde e le tessere cromatiche si accendono di su toni più brillanti e fantasiosi che segneranno la sua produzione successiva.

L'8 settembre '43 costituisce una data tragica per Ettore Ponzi e per tanti altri che come lui erano impegnati combattere su fronti lontani dalla Patria. L'esercito si sfalda, le persone restano sole in territori infidi, infestati da gruppi di irregolari dediti alla rapina e capaci di ammazzare per un paio di scarpe. Giornate terribili, angoscianti: malatato, senza cibo, col fiato della morte sul collo lotta per sopravvivere, finché finisce prigioniero dei tedeschi che lo internano in Germania nel campo di concentramento di Wieztendorf nel quale incontra Giovannino Guareschi e il,pittore Arnaldo Spagnoli, che ritrae entrambi ad acquerello con vivace efficacia su piccoli fogli di carta. E sempre ad acquerello dipinge alcuni particolari del campo di concentramento, baracche, minacciose ciminiere, reticolati, carri armati rovesciati e abbandonati, tragici relitti della follia bellica: vedute agghiaccianti che però l'artista ripropone
con apparente pacatezza poiché i suoi sentimenti li lascia trasparire con molta riservatezza.
Non ama i proclami clamorosi, violenti, preferisce le denunce civili, pacate, che fanno riflettere più profondamente.
Al ritorno a casa, nella sua Fidenza (dove resterà fino alla morte avvenuta all'inizio del 1992) trova una città martoriata dalle bombe, sfigurata nel suo tessuto urbanistico e storico. I suoi sentimenti li esprime, sempre in modo sommesso, in un lavoro monocromo caratterizzato da una folta fiumana. di persone che,cariche di speranza, rientrano attraverso la porta medievale, oltre la quale vicino al Duomo e agli altri luoghi familiari sono accatastati angoscianti cumuli di macerie.
Le ferite della città costituiscono uno dei filoni principali della sua produzione dell'immediato dopoguerra, che in seguito si articola, un po' schematicamente, in quattro indirizzi: gli scorci di Fidenza, i paesaggi en plein air, i fiori, i ritratti.
Quest'ultimo filone è il meno noto, anche perché ha riservato i ritratti prevalentemente ai famigliari, ma meriterebbe di essere più conosciuto per la profondità interiore che riesce a far emergere e per la incisiva freschezza del segno.
La documentazione su Fidenza è il risultato di un atto d'amore che oggi assume connotati storici di rilevante interesse: la Porta San Donnino con le mura medievali e la via Emilia che ancora arrivava lì e faceva scoprire agli occhi ammirati dei viaggiatori la suggestiva bellezza del Duomo romanico; il Vecchio Seminario rosseggiante di fianco alla Cattedrale; il Vescovado con la trama, incalzante dei portici. E poi la Rocca, possente baluardo medievale, ricca di storia, sciaguratamente demolita in nome di un'incolta modernizzazione: Ponzi l'ha dipinta nel '45 in tutta la sua suggestione scenografica, densa di luminosi colori che dialogano tra loro in modo serrato, nel lucore abbacinante dell'estate; l'anno seguente ne ha testimoniato la tristissima fine, ridotta ad un cumulo informe di macerie, raggelate sotto uno strato di neve.
Negli anni successivi le vedute perdono quest'aspetto drammatico, seppure mai enfatizzato. Così all'inizio degli anni cinquanta il Mercato del sabato sulla piazza del Comune ci viene proposto nella festosa cromia dei tendoni che ricoprono i banchi, mentre il Duomo è visto sullo sfondo di un cielo autunnale che la nebbia sta avvolgendo nel suo soffice manto.
Innamorato della natura, la cerca nelle sue manifestazioni paesaggistiche più affascinanti, pronto a captarne, i colori, le luci, gli umori in un'atmosfera viva ed evocatrice in cui la calma e l'ordine si sposano ad una serena freschezza emozionale. Ecco lo Stirone col suo lento fluire in uno scenario gioiosamente frantumato nelle molteplici sfumature del verde cui si contrappongono i rossi, gli azzurri, i violetti in un rapporto dinamico e brillante. Ecco il Prato di papaveri che accende le tranquille e sinuose modulazioni della collina in fiore. Ecco uno scorcio prativo tra alberi che svettano snelli verso un cielo cilestrino in un ambiente terso e leggero, strettamente imparentato col Chiarismo. E si potrebbe continuare nelle citazioni, ma il dato. comune è costituito dalla estrema sensibilità per la materia ora raggrumata con percepibile solidità, ora stesa con la leggerezza di un velo per rendere palpabili sensazioni, atmosfere e sentimenti.
Nell'ultimo decennio assistiamo a sperimentazioni che dimostrano la permanenza di una rilevante vitalità interiore nonostante l'incedere degli anni.
Nascono così composizioni eseguite con frammenti di vetro mentre altre tele sono caratterizzate dalla presenza di un dinamismo con accenti futuristi ed altre ancora accolgono grumose tensioni informali. I movimenti artistici innovativi, per lungo tempo osservati con distanza, entrano con impetuosità nella storia personale di Ettore Ponzi che ha sempre lavorato in silenziosa solitudine e  con molta riservatezza, ricercando all'esterno, negli scorci fidentini, nei paesaggi, un soggetto nel quale esprimere in forma poetica le istanze, le emozioni che urgevano nell'anima.

Pier Paolo Mendogni

Anna Còccioli Mastroviti

Ettore Ponzi Pittore di paesaggio    
Introduzione alla mostra del 2001

  Ad Ettore Ponzi, pittore di paesaggio, (1908-1992) è dedicata la mostra allestita nell'ex convento delle Orsoline a partire dal 27 ottobre 2001. Promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Fidenza, per la cura scientifica d'Anna Còccioli Mastroviti, responsabile anche del catalogo (Mattioli editore), la mostra è la prima ampia retrospettiva dedicata a questo importante ancorché poco noto pittore fidentino del pieno Novecento che con Oreste Emanuelli e Igino Gatti è tra i protagonisti della pittura di paesaggio a Fidenza nel secolo appena concluso.        Allievo di Guido Marussig (1885- 1972), riconosciuto scenografo triestino che dal 1923 è docente all'Istituto d'Arte "Paolo Toschi" di Parma, autore di tonalità smorzate ed evanescenti alle quali sembra volgere Ponzi, e dal quale il pittore fidentino deriva la necessità di dipingere en plein air; Ettore Ponzi segue i corsi di Pietro Berzolla, architetto piacentino d'interessi novecentisti. Fra i suoi maestri anche Paolo Baratta e Aldo Raimondi.
Al diploma conseguito all'Istituto d'Arte, la carriera di quest'artista schivo che amava dipingere sur le motif, privilegiando il plein air, e che sosteneva che "un quadro deve essere pittura mai racconto storico", subì una forte accelerazione creativa nonostante gli anni tragici della seconda guerra, durante i quali fu impegnato in Albania.        La mostra si articola in tre sezioni. L'avvio è offerto dalla grafica. Numerosissimi fogli a carboncino, che documentano le forme di una città scomparsa. Memorie di una città perduta, o profondamente mutata. Con un segno secco, preciso Ponzi costruisce la forma e i piani spaziali. La seconda sezione è dedicata ai paesaggi. Attratto dal paesaggio intangibile, da una natura alla quale vuole carpire tutti i segreti, Ponzi dipinge più volte lo stesso luogo. Sono paesaggi della campagna fidentina e non, dello Stirone, dell'Albania. Alla base della sua ricerca c'è l'esperienza concreta della natura. E' il capitolo più importante dell'intera sua produzione. Opere che, stante la qualità alta dei disegni, del tutto inediti, offrono più di una sorpresa, ma soprattutto l'opportunità di un'analisi da condurre con agio su un gruppo omogeneo di pezzi.    La terza sezione presenta le vedute urbane. Qui confluiscono pezzi inediti precedenti la Guerra, opere legate al periodo bellico, immagini dell'Albania e del rientro a Borgo S. Donnino, l'antica Fidenza, fino alla tarda attività pittorica, per certi versi debitrice alle ricerche dell'Informale (di Pollock per esempio), così diversa da quella precedente. Lavori riuniti a documentare la stagione matura, libera da influssi. Sono i lavori dell'universo formale colto nella sua dissoluzione.
La mostra vuole essere un tentativo di riconsegnare Ponzi alla storia dell'arte del Novecento con il peso che gli spetterebbe.
La scelta delle opere, per la verità non numerose, ha verosimilmente il significato di sottolineare dei punti di passaggio nel lavoro del pittore, l'insorgere di nuovi temi, minime variazioni di stile dalle quali si percepiscono lo spazio invisibile del mito e un tempo remotissimo dentro quello spazio.    L'obiettivo nella composizione di quest'affascinante panorama pittorico e grafico è quello di creare una "architettura" di dipinti di forte intensità emozionale, espressiva e di sicura qualità.    Emerge la figura di un artista che nel panorama della pittura italiana degli anni Trenta e oltre del Novecento, nello specifico contesto della pittura di paesaggio, declara debiti formativi in direzione lombarda, con un'intelligente apertura al Chiarismo lombardo.

Catalogo Mattioli editore, a cura d'Anna Còccioli Mastroviti


''Ponzi informale", ovvero lo spazio invisibile del mito (1980-1992)
(Dal catalogo della mostra "Ettore Ponzi Pittore di Paesaggio")

La natura di Ponzi, dapprima cielo, manto nevoso, sole estivo sulla, campagna, le sue vedute urbane, che ha impresso sulla tela come conoscenza, ora a partire dagli anni settanta-ottanta, si trasformano. Sono dipinti che riflettono una esistenza sempre più sofferta, caratterizzata da un'angoscia esistenziale propria dell'epoca moderna. Non a caso la pittura tarda di Ponzi instaura stretti rapporti con il linguaggio informale e con il cromatismo di Pollock. E' la spazialità epica di Pollock che lo cattura. Ma l'Informale di Ponzi non è tanto nel segno quanto, credo, nella materia. E' il contatto con la materia che ora lo affascina. Una precipitazione sulla materia, la sua, che ci ricorda Fautrier.
E' un momento di notevole libertà espressiva quello dei tardi anni Ottanta, ma che non si affranca tuttavia dalla malinconia che sempre lo accompagna.
Appartengono a questa fase Studio per paesaggio informale (1980), Lo scontro sulle rive dello Scamandro (1982), La grande battaglia (1983), Paesaggio informale (1985), opere di straordinaria mutazione stilistica e tematica. Paesaggi geologici. Come dire, dalla sfera del vedere alla struttura del pensiero. Ed è una posizione operativa quella del Pomi tardo che bene chiarisce la sua volontà: entrare in fondo ai nodi dell'essere. Or; l'artista dipinge lo spazio invisibile del mito e un tempo remotissimo dentro quello spazio.
In questo gruppo di opere realizza un sunto e fonda una nuova dimensione che trae partito da diverse e precedenti esperienze. L'esplicito richiamo a Pollock e a Fautrier, artisti cui sembra approdare ora la ricerca pittorica di Ponzi, non è senza ragione. Si tratta di uno dei momenti alti della sua carriera, che procede verso l'accordo fra emozione e immagine del mito e che si estrinseca in nuove, irruenti costruzioni.
L'intellettualismo materico dell'informale si risolve nel gesto, costruente, forte, e in un colore che si accende di una carica simbolica. Opere la cui forza narrativa posa eminentemente su valori materici, formali.
La disposizione del pittore all' analisi, la volontà di sondare i territori del mito, del tutto estranei ai suoi precedenti lavori, gli consente altre costruzioni pittoriche. La sua pennellata si fa forte e plastica, indurisce nei gialli e nei neri, nella scansione di violenti passaggi luministici. Il suo linguaggio, ora, privo di schermi e di riflessi stilistici, nasce dall'avvenuta acquisizione delle più diverse esperienze stilistiche moderne, conosciute, meditate e criticamente affrontate. ' Così Ponzi, strato su strato, addensa le storie e gli eventi. Il paesaggio e la figura diventano inestricabili, protagonisti di un tempo e di uno spazio sempre più profondi e remoti. Sono paesaggi geologici, di una geologia che manifesta in superficie, come in un campo magnetico, le forze attive nella storia, nella sua drammatica e problematica attualità. Non è pittura di evasione il dipingere cose, luoghi, figure della storia lontana e del mito, deprivate di ogni caratterizzazione temporale. E' quasi una sfida. Una nuova avventura stilistica, tra espressionismo e informale, o espressione materica, che Ponzi affronta con la conquistata chiarezza di intenzioni.
Significa, per il pittore ormai settantenne, affrontare il problema dalle origini. Il problema della sopravvivenza dell'arte.                                                              
                                                                                                        Anna Còccioli Mastroviti


Giudizio Critico
Ferdinando Arisi

Il cavalletto tra le macerie
(Dal catalogo della mostra personale dell'ottobre 1985)

ETTORE PONZI non ha mai fatto una "personale"; eppure qualche ambizione deve averla avuta, negli anni verdi, se concorse al "Premio Cremona", nel '40, quando fu proposto il tema della bonifica. Il suo dipinto, di notevoli dimensioni, illustrato in catalogo a piena pagina, era un paesaggio animato da molte figure in secondo piano, un terreno golenale dello Stirone, presso Fidenza, visto nell'euforia del primo raccolto. Andò distrutto con la sua casa, sotto le bombe.

Un'idea di quello che faceva negli anni trenta più che dai rari ritratti (del '34 e del '35), caratterizzati da una resa icastica un po' forzata, ci viene da un mazzetto di vedute e di paesaggi, realizzati con molta sensibilità.  Ponzi, attratto dal gioco sottile dei bianchi, amava ritrarre la neve: sui tetti della chiesa di San Giorgio, nel cortile del Vescovado, lungo le rive dello Stirone, il suo fiume, che l'ha sempre affascinato anche per la sacralità, legato com'è alla "storia" di San Donnino. Una piccola nevicata del '32, di grande interesse per il gusto della materia, che lo porta a sfruttare le asperità del fondo per ottenere rarefatte vibrazioni d'atmosfera, è opera d'autentica poesia, non facilmente collegabile con quanto s'andava dipingendo in quegli anni nel clima del Novecento (echi morandiani?).
All'Istituto d'Arte di Parma, Ponzi aveva studiato con buoni maestri: con Paolo Baratta, disegnatore di raffinata eleganza, con il giovanissimo Aldo Raimondi, già famoso nell'acquerello, e con Guido Marussigh, scenografo di talento; ma a nessuno di loro sembra riferirsi in questi dipinti degli anni trenta, realizzati a tecnica mista, in gran parte a spatola. La pittura di macchia di Raimondi, però, che Ponzi ricorda per le doti straordinarie, come un miracoloso stregone, può avergli suggerito i contrasti violenti di luce ed ombra in un'assolata via deserta della periferia (1933) o i bianchi abbacinanti di una nevicata in una piazzetta dietro l'abside del Duomo di Fidenza (1935), tema dominante, quasi ossessivo, nell'immediato dopoguerra.

Proprio quando era tutto intento a farsi la mano nell'esercizio sul vero, la chiamata alle armi lo portò sotto altro cielo, in Albania, dove seppe adeguarsi alla situazione, ma prima con un certo impaccio. Sono della primavera del '42 due o tre teste di bambine e alcune vedute della Macedonia realizzate d'impeto, con buoni risultati; teste che hanno dentro molto sole e la pena di tempi tristi. Una ragazzina con un fazzoletto rosa in testa è dipinta con scioltezza, senza il segno scavato che mortifica i ritratti di sette od otto anni prima. Il fiore viola sull'orecchio, messo lì a far l'amore con il pendente rosso di zingara, è suggerito, forse, dalla stagione (9 maggio), ma i bottoni verdi sulla veste stinta è Ponzi che li inventa, per dare speranza a giorni turbati da infinite preoccupazioni e dal ricordo della sua bambina, così lontana. La stesura larga del pigmento non è disturbata dalle cadute di colore. La tela, portata, a casa dopo fortunose peripezie, compresa la prigionia in un lager tedesco, era stata riposta in una cartella insieme ad un paio di tavolette dipinte anch' esse col cuore: un paio di barche; una catena di monti, senza un albero che desse consolazione.

Sarebbe interessante il commento diretto di Ponzi alle immagini del lager (ma egli preferisce il linguaggio delle immagini): di là dal filo spinatola Natura è libera come l'ha fatta Iddio, ma i pali che sostengono la rete somigliano ad una forca, col braccio teso a minaccia.  In un altro acquerello dalla porta spalancata entra il sole nella baracca, ma è chiuso il campo, e fa paura la corona di spine che lo recinge. Verità e simbolo; soliloqui di un uomo non eloquente. Tra i "documenti" di quell'esperienza gli acquerelli di un carro armato, di un paio di cannoni, di un aeroplano abbattuto, di una stufa accesa in una baracca, e un buon ritratto d'un uomo in pena, lui.

Ci sono, poi, dipinti e disegni che evocano ricordi della convivenza "difficile" con Hoxha, lo scomparso capo del governo albanese, al comando, allora, d'un agguerrito contingente di partigiani. Il disegno d'un lago tra i monti, ricorda Ponzi, fu realizzato al di là della zona di sicurezza; gli sarebbe piaciuto disegnare il lago "dall'altra parte", e con i suoi soldati (Ponzi era ufficiale) l'era andato a vedere, rompendo il trantran d'un giorno qualunque.

Finita quella stramaledetta guerra, anche Ponzi poté rivedere la sua Fidenza (ancora Borgo San Donnino nei ricordi dell'infanzia); una città violentata dai bombardamenti, ma era salvo il Duomo, tra le rovine, solenne nella nudità velata dalla nebbia del primo feroce inverno di pace. Sono del 45 i dipinti migliori di tutta la sua produzione; come se l'interminabile indugio del '44, l'anno dell'attesa, dopo l'otto settembre, gli avesse cavato fuori le virtù più recondite. La rocca ferita, più suggestiva che mai, la dipinge in un giorno di sole, senza prevedere che il suo atto d'amore si sarebbe trasformato in denuncia d'un bene perduto. Dipinto prezioso, al quale ci si riferirà, meglio che alle fotografie, arricchito com'è dal fervore creativo d'un artista che se n'era appropriato come testimone quotidiano della sua storia privata. Realizzato a spatola, tormentato ma non pasticciato, è ricco di sottili valori.

Qualcuno s'era accorto di quanto Ponzi andava realizzando nelle rigide giornate di quell'inverno (un inverno con tanta neve; lo ricordo). Una nota anonima posta accanto alla riproduzione d'una sua abside del Duomo, la commentava con sensibilità e intelligenza: "Sotto il manto d'una candida, deserta uniformità la neve cerca di coprire la visione squallida di rovine ancora palpitanti. Il vecchio Dùomo, in disparte, cerca invano attorno a sé un po' di festa e di vita... Noi attendiamo fiduciosi di ridargli la gloria e il vanto che esso ha sempre regalato alla sua città".
È proprio il mazzetto di dipinti del '45, in gran parte realizzato spostando il cavalletto tra le macerie, che forma il nucleo più interessante di questa mostra. Lo attraggono i resti del vescovado, del seminario, della canonica del Duomo avvolti nella nebbia (pretesto per una ricca variazione di grigi) o coperti di neve sotto il sole, con i rosa delle case che sorridono al di là dei mozziconi brunastri in rovina. Le architetture, vincendo in qualche caso il rigore del filo a piombo, ballonzolano nell'aria nell'attimo dello sfascio o nella solitudine desolata e sofferta del "giorno dopo".

È del '46 la tiepida variazione di bianchi suggerita dalla riva dello Stirone sotto la neve; s'intravedono appena i tetti di due o tre case al di là del muro candido di luce.
In un altro quadretto di qualche mese dopo è invece lo squarcio del ponte sul fiume che funge da protagonista; un urlo al quale fanno eco altre rovine.
Sono temi che l'attraggono per un paio d'anni, e che sviluppa e varia legandoli l'uno all'altro prendendo come denominatore comune il Duomo, perno e leit-motiv.
Ponzi dipinge volentieri anche la chiesa dei Gesuiti, con le case e i palazzi circostanti.
In seguito la sua pittura si fa più larga, meno tesa. Nel '50, quando s'incendia il pozzo petrolifero di Bersano di Besenzone, dipinge sul posto tre quadretti "anomali" che superano il valore di documento; prezioso anch' esso, però, perché non mi risulta che altri artisti se ne siano interessati. L'alta colonna di fuoco gli suggerisce un cromatismo diverso ma non "acceso" (neppure in questo caso). Il colore urlante gli è del tutto estraneo; è nel suo carattere il "sottovoce". Se il soggetto lo esige (è il caso del "mercato in piazza Garibaldi", del '52), Ponzi s'adegua, ma con un certo sforzo, e lo si nota perché non è questa la sua via; e non è che non gli garbi qualche pennellata d'azzurro o di rosso dove occorra, ma solo per dar vita a una zona morta, per innervare una composizione che rischierebbe d'illanguidire, specialmente se alto è il sole e forte il contrasto luce-ombra.

Ferdinando Arisi

 
 
 
1908-1992
Pittore

Ettore Ponzi