Dal catalogo "Dipinti e disegni delle collezioni comunali" 1987
I quadri del Comune di Fidenza tra Ottocento e Novecento
di Maurizia Bonatti Bacchini
L'opera che cronologicamente inaugura la raccolta del Comune di Fidenza è un acquerello di Girolamo Magnani, una veduta della piazza principale dipinta nel 1847, negli anni in cui si stava definendo la vocazione all'illusionismo scenografico e all'attività teatrale di questo figlio illustre di Fidenza.
Esattamente cento anni dopo, Ettore Ponzi, soffermandosi sullo stesso soggetto, ci mostra una piazza lacerata, ferita sul lato della rocca.
Una breccia aperta sullo spazio chiuso della piazza parla di guerra e di bombardamenti; sul lato opposto il palazzo municipale è intatto; lo spazio della piazza vuoto; intorno solo solitudine.
Come in un quadro di pittura metafisica, si coglie il respiro delle architetture e il palazzo gotico è sospeso in un'atmosfera irreale. Ma il pittore indugia sulla neve che copre le rovine, monconi di pietre e di muri, masse ravvicinate in primo piano: essa è sfatta, vaporosa, e non è solo gelida coltre, rosata cromia di freddo, ma intenso, simbolico messaggio di vita.
Sulle pietre immobili, nella piazza senza abitanti, questo manto soffice rigenera, consola, è natura che compie inesorabile il suo ciclo.
Una sorta di religiosa meraviglia si sprigiona allora dai cumuli di rovine gonfiate dalla neve - qui la tecnica è raffinatissima - soffuse di una inafferrabile, tenue luce rosea come se il colore del mattone ferito illuminasse tutto il paesaggio dei suoi riverberi: tanto che il quadro potrebbe essere letto in chiave di pittura chiarista, con richiami all'atmosfera di Lilloni, alla struttura di Vernizzi, alla materia di Padova.
E lo stesso stupore si diffonde dalle rovine intorno alla cattedrale di Fidenza nell'altro dipinto di Ponzi di proprietà comunale realizzato nel 1948.
Con lo stesso intenso stupore l'anno dopo Riccardo Bacchelli scrive:
"Bello, e bellissimo, allora e adesso, solitario adesso, e così più alto, e nobilmente patetico tra le rovine; bello e bellissimo il Duomo, sul luogo dove il martire, come narra il fregio del portale, decollato di là dallo Stiro ne, si levò col proprio capo tra le mani, e guidato dagli angeli, passò il fiume e venne a scegliersi il luogo della sua sepoltura veneratissima e miracolosa ... Queste macerie d'oggi, angosciose hanno una loro poesia, riadducendo la fantasia ai tempi e alle circostanze in cui i borghigiani costruirono la grande opera...
Ponzi ha dipinto nel 1948, Bacchelli ha descritto nel 1949 la triste poesia di queste macerie e il miracolo della sopravvivenza di un simile colosso.
E come la prosa di Bacchelli, anche la pittura di Ponzi respira dell'aura della Fidenza medioevale, quella che si sprigiona dal cotto, dall'arenaria gialla, dalla pietra grigia; c'è la cultura dell'Antelami e dei maestri comacini, quell'aura che l'artista ha certamente assorbito essendo cresciuto all'ombra della cattedrale: l'umore di quelle pietre trasuda in questi oli, da vedere anche come documento storico e come momenti esemplari del personalissimo linguaggio pittorico di Ettore Ponzi, artista che accarezza il palpito lirico della materia architettonica e che di ogni pietra, ogni edificio, ogni vicolo, ogni scorcio di Fidenza rievoca l'anima.
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