Le parole del Diario
"In una seconda tappa si arriva a Fusnia, in una terza al bivio della Secumbini e successivamente con altre tre tappe, risalendo la valle e passando da Elbasan, si arriva ad una stretta dopo Dibay ove siamo fermati da una grossa banda e costretti a salire sulle montagne.
Dal giorno 22 settembre ha inizio il più triste periodo della mia vita.
Abbiamo percorso 160 km su strada e ora si cammina sulle aspre montagne, di giorno e di notte, fino all'esaurimento e oltre. Ci si ferma per dormire all'addiaccio, sperduti e sfiniti, ovunque, nei cespugli e sulla roccia. Il giorno dopo avanti ancora, sempre avanti, eternamente avanti e in alto, davanti a noi, si scorgono sempre montagne e cime più alte. Sentieri pietrosi e con spuntoni di roccia rendono il cammino sempre più difficile. Ogni giorno qualche mulo precipita giù per burroni paurosi, sfracellandosi e i soldati si precipitano sulle povere bestie, straziate e ancora palpitanti, a strappare pezzi di carne per divorarle, a guisa di lupi affamati. Spesso, arrivati sopra una cima, ci si spalancano davanti agli occhi valloni profondissimi, ove il fondo si perde nell'at­mosfera afosa; nella parte opposta altre montagne sui cui fianchi si scorgono sentieri che paiono irreali. Bisogna camminare, scendere fino in fondo e poi risalire sulla parte opposta, fino al sommo. Avanti e sempre avanti verso la famosa e maledetta base o comando; avanti sotto l'incubo costante della morte. Tanti cadono, si fanno male e spesso non si rialzano perché sfiniti, chiamano la loro mamma, piangono, anche, come bambini, bestemmiano e non li vediamo più.
Arrivati alla base dopo otto giorni e altrettante notti di fatiche inaudite ci mandano in una casa di Sdrasi con altri ufficiali dei Carabinieri. Una squadra loro ci fa una buona guardia fino a che, poco per volta, parecchi vengono allontanati e fucilati. Gli ultimi restiamo noi nove, fino 1'8 ottobre quando vengono per condurci da quei capi coi quali avemmo molto da fare prima dell'armistizio."
Sdramsh (Albania) con la "Colonna Gamucci"

PREMESSA
Dopo la presa di Berat da parte delle bande albanesi Ettore Ponzi, riposti gli ultimi lavori in una cassetta militare poi sepolta lungo la sponda del fiume Osum,  si diresse con i suoi uomini in direzione di Elbasan sede del comando militare italiano della divisione di appartenenza, la divisione Arezzo. Ettore Ponzi non si fermò ad Elbasan, in quanto nel frattempo, il 12 settembre, la divisione Arezzo era stata sciolta e in balia delle forze tedesche della terribile brigata SS Brandeburgo composta in buona parte di ex galeotti e delinquenti comuni arruolati per la guerra. La stragrande maggioranza dei soldati e ufficiali della Divisione Arezzo si oppose a qualsiasi forma di collaborazione pagando un caro prezzo in termine di caduti nei cruenti combattimenti contro le truppe germaniche e le bande albanesi loro alleate, combattimenti cui seguirono in eccidi di cui furono vittime i soldati e gli ufficiali. Quest'ultimi furono perseguitati con particolare accanimento.
Il 16 settembre 1943  Ettore Ponzi, come tanti altri militari, probabilmente prese la direzione di Bitoli oggi in Macedonia dove si trovava la stazione ferroviaria verso Belgrado e quindi l'Italia. Il difficile viaggio doveva interrompersi il 22 settembre in cui venne in contatto con le forze albanesi che operavano nelle montagne attorno a Elbasan. L'obiettivo diventò quello di raggiungere i resti della divisione Firenze che, comandata dal generale Azzi, operava ormai decisamente contro le divisioni tedesche che avevano preso il controllo del paese. L'unità operativa in corso di formazione era denominata "Truppe italiane alla montagna". Ma l'ambiguità dei potenziali alleati albanesi portò a ben altre e drammatiche situazioni. Dopo un lungo peregrinare nelle montagne verso la base dei partigiani albanesi giunse nella città di Sdrasi  (Sdramish, Sdramsh) dove condivise l'alloggio con altri militari italiani e gli ufficiali dei carabinieri della cosidetta Colonna Gamucci che, fedele al giuramento al re ed alla patria, scrisse una drammatica pagina della nostra storia. Una pagina che l'Italia del dopoguerra si è affrettata a strappare per considerazioni di opportunismo politico interno e buone relazioni internazionali.
Il Col. Gamucci e diciannove ufficiali (11 di Fanteria e 8 dei Carabinieri) vennero quindi alloggiati nel villaggio di Sdramsh. Il 20 ottobre il solo Col. Gamucci fu prelevato e condotto a Cerminika, qui ritrovò i suoi carabinieri disarmati per ordine di Kadri Hoxha. Il  25 ottobre 1943 vennero tutti fucilati. Dieci giorni dopo il massacro gli ufficiali dei carabinieri che erano in attesa a Sdramsh vennero eliminati con le stesse modalità. E qui si inserisce probabilmente la terribile frase del diario " .... fino a che, poco per volta, parecchi vengono allontanati e fucilati. Gli ultimi restiamo noi nove, fino 18 ottobre quando vengono per condurci da quei capi coi quali avemmo molto da fare prima dell'armistizio."  Una ricostruzione degli eventi viene anche riportata nella dichiarazione del Ten. Colonnello Cappelin Luigi nel modo seguente: "Dato che buona parte di detti ufficiali erano esuberanti senza comando di truppa, una ventina, tra i quali il Ten. Ponzi, ci trasferimmo, al comando del Col. dei CC.RR. sig. Gamucci, nel villaggio di Sdranish in attesa di ordini. Dopo pochi giorni il Col. Gamucci ed altri 6 Uff.Sup. dei CC.RR. partirono per altra destinazione."   Questi fatti restano come una delle esperienze più drammatiche di una catena di eventi che si concluderà il 1 gennaio 1944 data della definitiva cattura ed inizio del periodo di internamento nei campi di Semlin (Belgrado), Vienna ed infine Wietzendorf in Germania.




La battaglia di Berat
Memorie di guerra e prigionia
Quel mese di agosto del 1943
PREMESSA
La situazione venutasi a creare in Italia dopo l'allontanamento di Mussolini vedeva il generale Pietro Badoglio primo ministro. Nei territori occupati dalla truppe italiane le operazioni militari continuarono a fianco dei tedeschi. In Albania era in corso un'offensiva su grande scala, iniziata nel mese di luglio, contro le bande che, in varie e spesso contrapposte fazioni, conducevano una lotta contro l'esercito occupante in una alternanza di coalizioni e tradimenti. Questa azione offensiva non portò ai risultati attesi, ma s'infranse creando situazioni di isolamento e rischio ai nostri soldati. Questi fatti contribuirono a creare quella sfiducia verso gli stati maggiori. Nel complesso il nostro esercito arrivò al deprecato giorno dell'armistizio assolutamente impreparato a gestire la complessa situazione per mancanza di disposizioni e informazioni e  nello sfacelo di una classe di generali impreparati e subalterni al vecchio alleato. A questo periodo che precede il giorno del 8 settembre mio padre dedica la seguente pagina delle sue memorie. Da rimarcare alcuni passaggi significativi circa l'impreparazione militare (disastrosa carica di cavalleria) e il generale disimpegno di altri comandanti ("non m'affido" "Sono l'ultimo a ritirarmi perché devo proteggere gli altri signori che disordinatamente e lasciando sul terreno i loro caduti mettono in salvo la pellaccia loro.").

Le parole del Diario

Battaglia di Palieckstki (Berat-Albania) 9 luglio 1943
"Si attraversa la città buia e silenziosa. A gruppi, di corsa, si passa sul ponte dell'Osum; viene dato l'ordine di camminare cauti e silenziosi, addossati alla montagna. La cavalleria è la prima ad addentrarsi e salire, viene subito attaccata.
Con la mia Compagnia ho l'ordine di avanzare sulla sinistra dello schieramento del Battaglione. Arrivo alla quota del cimitero e al primo plotone ove trovo la prima resistenza. Rispondiamo al fuoco; con le bombe a mano riusciamo in pochi minuti ad impossessarci della quota ove troviamo, tra i cespugli, decine di ripari fatti con lastre di pietra tolte dalle tombe musulmane. Rimaniamo sulla quota alcune ore sotto il fuoco nemico ben nutrito, poi viene dato l'ordine di avanzare. Seguito dai miei del primo plotone mi butto giù dalla collina per salire più alto: le pallottole fischiano sopra le nostre teste, rabbiosamente. Più avanti ci addentriamo in un bosco fitto, insidioso e pieno di sterpi: è quasi impossibile andare avanti. Cadono i nostri primi morti e feriti al grido di "aiuto, mamma!". La Compagnia del centro rimane indietro, perplessa e il suo comandante, più indietro ancora, dice "non m'affido". Corro il rischio di essere lasciato solo con i miei pochi uomini e circondato. Mi viene dato l'ordine di ritornare alla quota del cimitero, ove rimaniamo sotto il tiro fino alle otto di sera. Più volte ricacciamo il nemico che vuole ad ogni costo arrivare alla quota. Anche l'aviazione viene in nostro aiuto, mitragliando da bassa quota, l'artiglieria continua a far sibilare proiettili che vanno a scoppiare davanti a noi con schianti assordanti. Intanto alle nostre spalle si vede un insolito spettacolo: cavalli senza cavalieri corrono giù per la valle, verso il fiume. La sera, dopo 16 ore di combattimento sotto il sole bruciante di luglio, stanchi e affamati, sporchi e sudati, ci ritiriamo protetti dalle autoblindo. Sono l'ultimo a ritirarmi perché devo proteggere gli altri signori che disordinatamente e lasciando sul terreno i loro caduti mettono in salvo la pellaccia loro. In quest'ultimo movimento un altro mio soldato viene colpito con una pallottola al ginocchio, che viene sfracellato; nonostante il momento critico riesco a portarlo al sicuro."

Attacco al nostro presidio
"Due di agosto, festa di tutti gli uomini! siamo attaccati da tutte le parti e contemporaneamente da tutte le bande. Vengo svegliato alle 4 dai primi colpi di "ta-pum". Strappo la tenda e mi lancio fuori, scalzo e svestito; ispeziono la linea fino al ponte, trovo tutti i miei uomini ai loro posti a rispondere al fuoco nemico. Per tutto il giorno i ribelli tentano di infiltrarsi tra le nostre linee ma ripetutamente vengono respinti lasciando sul terreno parecchi morti. Alcuni cadono anche dagli alberi, dove si erano annidati. Verso sera abbiamo una sosta apparente, mentre nei giorni e nelle notti successive continuano i canti delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni."
"Intanto alle nostre spalle si vede un insolito spettacolo: cavalli senza cavalieri corrono giù per la valle, verso il fiume"
Attacco con bombe a mano - Albania 1941
 
Berat (Albania) 8 settembre 1943

L'8 settembre '43 costituisce una data tragica per Ettore Ponzi e per tanti altri che come lui erano impegnati combattere su fronti lontani dalla Patria. L'esercito si sfalda, le persone restano sole in territori infidi, infestati da gruppi di irregolari dediti alla rapina e capaci di ammazzare per un paio di scarpe. Giornate terribili, angoscianti: malato, senza cibo, col fiato della morte sul collo lotta per sopravvivere, finché finisce prigioniero dei tedeschi che lo internano in Germania nel campo di concentramento di Wieztendorf nel quale incontra Giovannino Guareschi e il pittore Arnaldo Spagnoli, che ritrae entrambi ad acquerello con vivace efficacia su piccoli fogli di carta. E sempre ad acquerello dipinge alcuni particolari del campo di concentramento, baracche, minacciose ciminiere, reticolati, carri armati rovesciati e abbandonati, tragici relitti della follia bellica: vedute agghiaccianti che però l'artista ripropone con apparente pacatezza poiché i suoi sentimenti li lascia trasparire con molta riservatezza. Non ama i proclami clamorosi, violenti, preferisce le denunce civili, pacate, che fanno riflettere più profondamente.
Pier Paolo Mendogni
Dalla Gazzetta di Parma di Sabato 6 ottobre 2001

PREMESSA
Alla vigilia dell’8 settembre in Albania si trovavano dislocate la 9° armata, al comando del generale Dalmazzo, composta dal IV corpo d’armata con sede a Durazzo e dal XXV corpo d’armata con sede ad Elbasan. Ne facevano parte la divisione “Perugia”, la “Arezzo” a Korça, la “Parma” a Valona, il reggimento “Monferrato” a Berat, la “Brennero” a Kruja (nei pressi di Tirana), il reggimento  “Guide” a Tirana, la “Firenze” a Diber,  la “Puglie” tra Shkodra (Scutari) e Kosove, e contingenti della Marina, dell'Aeronautica, della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
Il numero dei militari italiani in Albania consisteva di circa 140.000 unità, “ben armati e equipaggiati” (Alessandro Serra, “Albania 8 settembre ’43 - 9 marzo ‘44”). Il presidio di Berat, al comando del col. Lanzuolo, era incentrato sul reggimento Cavalleggeri del Monferrato e comprendeva il XXVI Battaglione CC. NN.
Le forze irregolari albanesi si muovono verso la città dalle montagne circostanti, erano gruppi di "ballisti" e comunisti ancora per poco alleati. In questo quadro si colloca il brano di diario che pubblichiamo. Il difficile compito assegnato al tenente Ettore Ponzi era quello di presidiare la strada di accesso a Berat nei pressi del ponte sull'Osum, e qui si esprime il massimo del suo coraggio e senso dell'onore. Fu forse questo a salvarlo in quella difficile situazione di uno contro cento, ma per lui ".. sono le preghiere dei miei figli e di mia madre che sono esaudite.". Il presidio di Berat cessò di esistere con la giornata del 16 settembre e fu fatto saltare. Ci furono soldati che aderirono alla resa definitiva ai tedeschi e furono avviati verso Bitolj, cioè verso la prigionia, altri raggiunsero la montagna. A questo punto Ettore Ponzi scelse di raggiungere Elbasan e quindi la montagna mentre il battaglione XXVI, protetto dai tedeschi, fu imbarcato a Durazzo il 25 settembre, insieme ad aliquote della divisione Brennero, raggiungendo poi Trieste.

Per un approfondimento degli eventi utile la lettura del volume di Massimo Coltrinari edizione A.N.R.P. "Albania quarantatre"
Le parole del Diario

Ultimi giorni a Berat
E' l'otto settembre, giorno dell'armistizio chiesto dall'Italia Conserviamo atteggiamento riservato davanti a questo avvenimento improvviso: altri reparti si danno sfrenatamente alla pazza gioia perché convinti che tutto ormai sia finito e che di conseguenza tutti sarebbero tornati a casa. Stolti e illusi! Si accorgono presto dell'inganno. Dall'Italia giungono notizie sconfortanti e noi siamo lontani, senza nessuno che ci guidi. Intanto tutte le bande scendono dalle montagne con lo scopo di occupare la città: scendono da tutti i lati con le baionette già innestate.
Viene dato l'allarme e ognuno corre alle posizioni indicate. A me viene dato l'ordine di occupare le posizioni che sbarrano la strada. Faccio appena in tempo a disporre uomini e armi quando vedo per tutta la campagna antistante strisciare sul terreno centinaia di uomini. Non so quale Santo mi assista, comunque me ne sto ritto in mezzo alla strada, non senza un gran timore di essere colpito da più colpi d'arma. Certamente sono le preghiere dei miei figli e di mia madre che sono esaudite. Infatti ecco che un tizio si alza da un fosso sulla strada, si fa avanti cautamente come intendesse voler parlare. Si avvicina, saluta e mi allunga anche la mano. Rispondo col mio saluto. Mi dice che sarebbe passato per entrare in città con i suoi uomini. Mando ad informare il comandante, mi risponde che posso farlo passare.
A centinaia passano, a piedi, a gruppi e isolati e su macchine sgangherate, cantando. Per diversi giorni, ininterrottamente, passano le bande armate a sfogare le loro ire nel sangue. E' un andare e venire di capi banda al presidio e frattanto arrivano anche dei parlamentari tedeschi dal colonnello.
I partigiani costruiscono altrettante postazioni davanti alle nostre e nella notte fanno sibilare qualche colpo, forse per provocarci. Per otto giorni rimaniamo isolati, senza nessuna comunicazione. Tra mille incubi, alternarsi, ordini e contrordini; gruppi di soldati caricano i loro zaini e si dirigono chi a destra chi a sinistra per la campagna. Finalmente il giorno 16 arriva un ordine dal comando generale con le istruzioni per raggiungere la Bulgaria a più tappe forzate. Si dà fuoco ai magazzini, alle caserme e ad ogni cosa, poi ci si prepara aiutati dai tedeschi ad uscire dalla città infernale. Mentre stiamo marciando scoppia la lotta tra le diverse bande che si con­tendono il saccheggio della nostra roba abbandonata. Diverse armi fanno fuoco, alcuni colpi giungono anche su di noi. Insieme ai tedeschi ci buttiamo a terra pronti a fare fuoco. Il giorno dopo ci troviamo salvi, fuori dall'inferno e accampati sulle rive tra il Devoli e il Femeni.
La disfatta Olio su compensato 13X35
 
Trasferimento verso i monti Tamori

PREMESSA
La marcia di trasferimento che avrebbe dovuto ricongiungere i resti delle divisioni Arezzo e Firenze alle Truppe della Montagna del generale Azzi, già operative contro l'esercito tedesco, fu pieno di imprevisti e difficoltà. La catena dei monti Tomori o Tamori disegna un triangolo ed è posizionata tra le città di Berat ad ovest, Coriza ad est ed Elbasan a Nord.  L'ambiguo comportamento dei capi partigiani è una componente di insicurezza, in effetti la spoliazione delle truppe italiane di tutto quanto era ancora in possesso ai nostri soldati. Ecco la parte della il racconto della dichiarazione del Ten. Colonnello Cappellin Luigi:
"Rimasto io Ufficiale più anziano con II Uff. Inf. di varie armi mi recai dal Gen. Azzi per chiedere il nostro impiego in reparti combattenti di Partigiani. In seguito a suo ordine, partii per la regione di Gramsch con 15 Uff. ed oltre 80 soldati. II viaggio fu durissimo perchè dovemmo attraversare di notte il fiume Scumbini ed essendo disarmati quasi tutti, dovevamo evitare le zone battute dai reparti tedeschi e durò 4 giorni.
Giunti nella detta regione, dove si erano già rifugiati qualche migliaio di militari italiani, anche i nuovi giunti, fra i quali il Ten. Ponzi vennero sistemati nei vari villaggi della zona in attesa di miei ordini per una adunata ed inquadramento, dato che si attendeva l'armamento promesso dalla Missione Inglese presso i Partigiani." L'armamento non arrivò mai in mano dei soldati italiani e il Ten. Colonnello Cappellin Luigi prosegue così "Ai primi di dicembre i Tedeschi, con l’aiuto di reparti albanesi a loro fedeli, iniziarono il rastrellamento della zona e non ho quindi saputo più nulla del Ten. Ponzi."



Le parole del Diario
"Il cammino verso il Tamori è ancora più lungo e faticoso; sempre con lo zaino in spalla, sempre avanti, eternamente avanti come dannati, lungo e attraverso fiumi, di giorno e di notte, sotto il sole e sotto la luna, sotto la pioggia e la neve, sotto la grandine e nel vento, nel fango e nelle paludi, nei boschi e nelle foreste, avanti. Sembra incredibile ma le mie forze resistono a tanta prova, mentre tanti li vedo costretti a fermarsi, a perder­ si lungo il cammino. Il 10 novembre, dopo averci tolto anche le rivoltelle, si deve attraversare la strada di Elbasan e il fiume Secumbini. Alla mattina presto incominciamo a scendere verso la valle fino a pochi Km dalla strada. Attendiamo la sera, nascosti nelle case e nei boschi: all'imbrunire ha inizio la marcia nel silenzio e nell'insidia; presto si fa buio pesto e incomincia a piovere. Si cammina per sentieri fangosi e dentro canaloni con l'acqua fino al ginocchio; ci teniamo attaccati l'uno con l'altro per non perderci dato che il buio è tale che non si vede nulla, assolutamente, al di là del proprio naso. Ogni tanto qualcuno scivola, cade giù per burroncelli oppure in buche profonde. Allora la catena si spezza, ogni traccia di collegamento si perde. E' una disperazione: anch'io cado più volte, infangandomi fino alle orecchie, scivolo su lastroni in pendenza, urto le ginocchia contro la roccia. Verso mezzanotte eccoci vicino alla strada: il momento è veramente critico: ognuno deve tenere le scarpe in mano per non fare rumore e a piedi nudi attraversare la strada e il fiume. Passati si continua ancora ad andare avanti e in fretta per allontanarci dalla strada. La pioggia diventa diluvio, c’inzuppa. Bagnati fradici, con solo alcune cipolle e poco pane, come mendichi, si cammina barcollanti dal sonno e dalla stanchezza. Dopo ore e ore di cammino, arrivati in un villaggio ove si spera di trovare ospitalità, siamo cacciati e lasciati al buio, sotto la pioggia, la neve (penso al verso di Dante "Quanto sa di sale lo pane altrui ... ").."
La pagina di giornale che riporta l'appello del generale Azzi agli italiani in terra albanese.
 
La "Colonna Gamucci"
Il 25 di ottobre presso una base partigiana di Cermenika, ebbe luogo un altro eccidio, questa volta per mano dei partigiani albanesi. Fu la volta della colonna dei carabinieri al comando del colonnello Gamucci. Un episodio che ha dell’inspiegabile poiché  i partigiani ( i nemici di ieri degli italiani) dopo l’8 di settembre, li avevano protetti,  e spesso liberati dai tedeschi sulla strada della deportazione. La stessa colonna Gamucci viaggiava verso quella sorte; era diretta in Polonia.
Furono fucilati 110 carabinieri. Alessandro Serra ci riporta a quell'episodio: “ … a notte fonda, condussero a termine la macabra opera, al riverbero delle torce, lasciando insepolte le salme dei martiri, come se a coronamento dell’infernale impresa avessero avuto taciti accordi con i lupi della montagna.”
Il principale responsabile di quell’eccidio, Xhelal Stravecka, davanti alla corte di assise a Roma nel 1952,  non rinnega il fatto ma dichiara di avere avuto ordini dall’alto. Tuttavia, è più probabile una vendetta personale, dato che con il colonnello Gamucci e con i carabinieri aveva dei conti in sospeso. Lo conferma il fatto che dopo quell'episodio, cambiano i rapporti con il comando partigiano, cresce la diffidenza e lui passa dall’altra parte come capitano della gendarmeria, dove partecipa in prima persona a un altro eccidio, il 4 febbraio 1944, la cosiddetta “Notte di S. Bartolomeo Albanese”. Appoggiato dal reggimento ”Kosova”,  massacra in una sola notte circa 80 persone, in prevalenza albanesi e qualche italiano. Dopo il ricorso in cassazione, Stravecka verrà condannato a due anni.
In mezzo alla guerra tra bande
PREMESSA

"Eppure non ho disperato: per amore della mia casa lontana, della moglie, dei figli e della madre (ignoravo che ella fosse morta) tirai avanti."
Continuamente braccato da formazioni locali spesso in conflitto tra di loro è sostenuto dal pensiero dei suoi familiari. E' il mese di novembre 1943 e la madre è morta in circostanze drammatiche il 26 ottobre che è anche il giorno del compleanno di Ettore, il trentaseiesimo compleanno. Solo più tardi nel campo di concentramento in Austria saprà della morte della madre avvenuta solo dieci mesi dopo da quella del padre Guglielmo.

Le parole del Diario
"Intanto continua sempre più accanita la guerra tra le bande lealiste e quelle partigiane e spesso ci troviamo tra due fuochi, specie a Stormeni quando indugiamo un po' troppo, illusi dal silenzio e dalla mancanza degli abitanti. Speriamo di poter riposare la notte in una casa abbandonata ma dopo poco che ci siamo sistemati alla meglio ha inizio, improvvisamente, un fuoco di mitragliatrice spietato. Ognuno si butta lo zaino in spalla, prende una gavetta dal fuoco con i fagioli e, chi dalla finestra, chi per la porta fugge verso le montagne più alte. Pare impossibile ma anche questa volta, per rendere la cosa ancora più tragica, incomincia a piovere, prima lentamente e poi aumenta man mano che si va avanti. Otto ore di cammino nel fango, coi piedi e con le mani, barcollando nei boschi e nella notte: quanto desiderio di un tetto e di una casa! E quante volte in mezzo a quel freddo, a quella neve, ho desiderato una casa, un fuoco! Benché non riuscissi più a tenere gli occhi aperti dal sonno e il vento gelido continuasse a soffiare raffiche di acqua sul viso, bisognava andare avanti fino al prossimo paese. Finalmente appare, quasi fosse un sogno, una casa. Entro insieme ad altri, mi spoglio vicino al fuoco sperando di poter rimanere almeno fino al mattino. Purtroppo ecco che dopo pochi minuti ci fanno intendere che bisogna ripartire subito perché i banditi sono ormai vicini e gli abitanti non vogliono aver dispiaceri a causa nostra. Figurarsi dover indossare i panni bagnati e uscire un'altra volta nella notte infame. Eppure non ho disperato: per amore della mia casa lontana, della moglie, dei figli e della madre (ignoravo che ella fosse morta) tirai avanti.
Una mattina di novembre, assieme ad un altro ufficiale siamo rimasti un poco indietro dal gruppo perché co­minciavo a sentirmi male. All'improvviso udiamo una voce sinistra che c’intima bruscamente di fermarci e posare lo zaino. Era un brigante nascosto dietro i cespugli, a pochi metri, con un'arma puntata contro di noi. Bestemmiando e imprecando ci fa togliere le scarpe dai piedi, i pochi beni e altre cose quindi ci lascia andare, scalzi, per il sentiero nel bosco verso i compagni. Ho dovuto cedere anche il caro regalo dei miei figli, la catenella colla Madonnina Ausiliatrice. Dopo dieci giorni che cammino tra le montagne con ai piedi le scarpette da ginnastica, trovo, da un collega, un paio di stivaloni. Un altro episodio di rapina mi capita pochi giorni prima di Natale, quando insieme ad altri due italiani me ne sto in una casa isolata e abbandonata a chiacchierare presso un fuoco. Fuori è buio pesto e un forte vento fischia attraverso le fessure della porta e della finestra. In un momento la finestra si spalanca e una faccia sinistra e per metà mascherata nel passamontagna ci fa segno di aprire la porta mentre un altro ci punta con il fucile e ci tiene con le braccia alzate. Entrati ci frugano nelle tasche, nello zaino portando via tutto quello che vogliono."
 
Le parole del Diario
La casa albanese
"Nella casa albanese, specie in quella d'alta montagna, non vi è soffitto nelle stanze, né i muri sono intonacati e quasi tutte sono prive di camino; il fuoco si accende nel mezzo della stanza su una buca scavata nel pavi­mento di terra. Il fumo rimane nella stanza nera e buia come una caverna; le finestre, quando ci sono, sono piccolissime, senza imposte e vetri. Il vano è ingombro di grano turco, botti, cassapanche e stuoie stese per terra. Mai visto un letto, una tavola, una seggiola e qualche mobile civile; tutta la casa è un insieme di pietra mal squadrata, frasche e fango. Ci si siede sempre per terra, alla turca, attorno al fuoco, oppure attorno ad una tavola bassa e rotonda. Si mangia tutti lo stesso brodo di fagioli oppure lo stesso latte acido nello stesso recipiente; si inzuppa il pan di grano turco e le dita di ognuno. Finito di mangiare ci si butta sulle stuoie, vestiti e si dorme l'uno vicino all’altro."

Le bande e la polenta
Nei primi del mese di dicembre, dopo una lunga marcia durata circa dieci giorni, arrivati in un paesino nascosto sotto le montagne più alte, non troviamo nessuna via d'uscita. Ci si parano davanti le più selvagge rocce, alte e inaccessibili, siamo disperati. Intanto le bande sono ormai vicine, bisogna decidere se darsi in mano a loro oppure riparare sopra la roccia ove certamente non sarebbe mai arrivato nessuno. Decidiamo di arrampicarci in un ultimo sforzo, con poche scorte di cipolle, pane e farina per la polenta. Ci accompagna lassù un uomo del villaggio. Arrivati tra le rocce, ove solo le aquile fanno il nido, ci volgiamo a dare uno sguardo di sotto, verso le valli e i fiumi, fino a scorgere, sul più lontano orizzonte, il mare. Alla vista dell'Adriatico non possiamo fare a meno di immaginare, al di là di esso, l'Italia, la nostra casa, i nostri cari. Dopo alcuni minuti scoppi e canti echeggiano nel paese sotto stante venendo a fugare dalla nostra mente la dolce visione e facendoci tornare ancora alla più brutta e dura realtà. Colonne di armati scendono in paese da diverse parti. Per tutto il resto del giorno ed i giorni successivi, scendono, pernottano e ripartono. Intanto noi ci arrangiamo come possiamo per fare un po' di polenta dentro una latta. Ma, mentre la si gira, la latta non resiste e tutta la polenta si versa sul fuoco. Affamati come siamo ci buttiamo senza indugio attorno al fuoco a mangiare la polenta non del tutto cotta ma in compenso condita colla cenere, con le bracia, il carbone e con il fumo!"
Le montagne d'Albania
PREMESSA
Basta intravedere lontano la striscia biancastra dell'Adriatico per pensare alla casa, alla patria. Ma basta poco per ripiombare nell'incubo della realtà. Non mancano alcune note descrittive, la casa albanese, il fuoco, il sedersi"alla turca", il richiamo alle aquile (l'Albania) e la polenta (l'Italia). La polenta è ancora quindi un richiamo forte alla casa, forse più della striscia del mare. Ma anche questa doveva finir male.
 
Foto di Pietro Ghiglione 1940-42
"Per cento giorni e notti condussi questa vita dannata, senza mai avere pace. Pochissime volte potei spogliarmi e lavarmi: quanti pidocchi, bianchi e rossi sentii per il corpo e a centinaia li vidi negli indumenti e quanto fastidio mi davano, soprattutto quando volevo dormire. Fu davvero una dannazione peggio della morte. La mente e lo spirito già vagavano nell'oblio, la luce pallida e senza colore e calore; senza profumi i pochi fiori campestri e gli uccelli erano neri corvi, falchi e aquile rapaci. Solo in prigionia e specie nell’ospedale trovai un po' di pace, di calma e di riposo. Infatti il 31 dicembre 1943, stanchi, affamati, sfiniti e ammalati discendiamo a Elbasan, dai tedeschi. Sono le sei del mattino quando cominciamo a scendere dalle montagne; già siamo sotto le pinete e i faggeti quando l'aria si fa più tiepida e il terreno più fino; la strada si fa di un bel verde. Giunti in città, accompagnati dai nazionalisti ci buttiamo nei primi negozi per chiedere un po' di pane che subito divoriamo. Pane che non mangiavamo da tre mesi e mezzo. Dopo averci portato al comando dei lealisti ci conducono a quello tedesco ove siamo subito interrogati e chiusi in un vecchio carcere. Il 7 gennaio del 44, con nostro grande sollievo, ci fanno salire su automezzi per lasciare finalmente, e forse per sempre, quella maledetta canaglia di briganti, inospitali e vili. La notte arriviamo a Bitoli, fredda e con molta neve; dopo tre giorni partiamo anche dalla Bulgaria su carri bestiame per raggiungere Belgrado.
I servizi igienici: un unico mastello. Per dissetarmi cercavo di prendere una manciata di neve, nera, dal tetto del vagone. Dopo non so quanti giorni arrivammo a Belgrado ove ci internarono nel campo di concentramento di Semlin. Dopo pochi giorni, nel mese di gennaio mi ammalai gravemente. Mi portarono insieme ad altri due ufficiali di grado interiore in una specie di ospedale militare tedesco con medici e infermieri italiani. Dopo due o tre giorni gli altri due, un capitano e un tenente furono portati via in una specie di camera mortuaria. Il giorno dopo. senza dirmi nulla (forse in quel momento non capivo niente) mi portarono nel piano interrato ove si trovavano gli altri. Qui venni chiuso in un sacco e dato per morto. Mi raccontarono poi che fu un medico tedesco a vedere che quel sacco ancora si muoveva: fui riportato in ospedale e curato. Dovrei aggiungere un episodio capitato ai due infermieri che mi avevano portato in quella camera mortuaria: ho potuto assistere ad una giusta doverosa ed energica lezione data ai due da un tedesco e da un capitano medico italiano. Vi rimango fino al 16 marzo con pleurite, angina, otite ecc ... Successivamente venni imbarcato su una bellissima nave ospedale della Croce Rossa sul Danubio e portato fino a Vienna."
Kriegslazarett di Semlin (Belgrado)
All'ospedale militare di Semlin, struttura separata dal campo di sterminio, Ettore Ponzi arrivò il 7 gennaio del 1944 in condizioni di denutrizione e malattia estreme. Una settimana prima al Elbasan in Albania, dopo quattro mesi passati tra le montagne del corciano, si arrese alle truppe delle formazioni balliste albanesi e consegnato alle truppe tedesche. Ma sentiamo il suo racconto di questi momenti e del periodo passato a Semlin:

Cartella personale relativa alla presenza di Ettore Ponzi a Semlin.
Stammlager XVII A Austria

Lasciato l'ospedale militare di Semlin il 16 marzo 1944, Ettore Ponzi fu imbarcato su una nave della Croce Rossa con destinazione Vienna. Percorse quindi il lungo tratto del fiume Danubio da Belgrado a Budapest quindi a Vienna. A piedi raggiunge poi uno dei campi di concentramento dislocati in Austria sotto la denominazione generale di Stalag XVII che all'epoca comprendeva i seguenti campi Stalag XVIIA a Kaisersteinbruch, Stalag XVIIB (244) a Gneixendorf, Stalag XVIIC a Edelbach-Döllersheim, Stalag XVIID (398) a Pupping.
Il campo dove fu internato Ettore ponzi era lo STAMMLAGER XVII A a sud est di Vienna.
Questi campi erano sorvegliati da soldati veterani austriaci e, anche per questo, le condizioni erano migliori di quelle dei campi in Germania.  Tra i prigionieri i più numerosi erano i francesi e gli inglesi catturati nella Battaglia di Francia ma erano presenti anche prigionieri slavi, italiani e britannici.
Tutti questi campi furono poi liberati dall'esercito sovietico. La particolare situazione dei militari italiani era l'esclusione dagli aiuti che la Croce Rossa, questo per il fatto che i militari italiani non erano considerati prigionieri di guerra. per loro era stata coniata l'ambigua categoria di IMI (Internati Militari Italiani).

A Vienna e quindi a Wietzendorf

"Successivamente venni imbarcato su una bellissima nave ospedale sul Danubio e portato fino a Vienna.
Dalla stazione di Vienna. dopo una lunga marcia, raggiungemmo un campo ove, oltre agli italiani, vi erano anche inglesi e francesi. Rimasi lì fino a luglio, convalescente assieme a francesi e cecoslovacchi. Feci amicizia con alcuni pittori di altri paesi e potei disegnare e acquerellare molti ritratti, specialmente di francesi che si mettevano in fila e aspettavano il loro turno. Questo periodo di pace durò fino a luglio; dopo dovetti affrontare un lungo viaggio in treno fino a Wietzendorf qui venni messo a tacere tra i reticolati del campo di concentramento fino alla fine della guerra e anche dopo, fino all'agosto del 45."
 
 
«Penso e sogno la casa, la famiglia come pensare e sognare il paradiso»
Dal diario di prigionia (1)

[Vienna, Austria] 9-4-44. Dal giorno in cui ebbi ricevuto la prima lettera, dopo l'agosto del 43, non faccio altro che sognare il povero babbo e la mamma. So che questo è dovuto al timore che ho per mia madre; temo che essa sia morta per il dolore di avere perduto il marito (2) e per avere molto lontano quasi tutti i suoi numerosi figli. È tanto forte il desiderio di vederla, di stringerla e, piangendo, farle comprendere quanto mi sia pentito dei dolori provocati a lei ed mio padre nel passato, che quasi tutte le notti sogno di versare (con forti singulti) calde lacrime sul loro petto. Il groppo che alla gola mi sale mi impedisce di continuare in tali pensieri e di descriverli.

Pasqua 1944. Ho fatto la Santa Pasqua. Ho anche un altro desiderio: più che mai vorrei riprendere colori e pennelli per dar sfogo al desiderio di dipingere. Rimpiango e rimpiangerò sempre tutto questo prezioso tempo perduto in guerra e in prigionia ove ho compreso «Quanto sa di sale lo pane altrui» (3). E sopra tutto «com'aquila vola» (4) il pensiero folle di riprendere tra le braccia i miei due cari angioletti figli: Franca ed Ambrogetto, e con essi anche Albertina (5).

11-4-44. Quanto è triste la prigionia specie in primavera! E quanta nostalgia e quanta fame!

15-4-44. Come e quanto ti penso, Albertina! in questi lunghi e tristi giorni, quanto desiderio di te e dei figli e dell'arte! Mi pare impossibile che io debba ritornare a rivedervi. Penso che la gioia mia sia tanto grande da non resistere a sopportarla. Penso e sogno la casa, la famiglia come pensare e sognare il paradiso. Vale a dire, gli angeli in sogno siete Voi! Moglie, figli e mamma,

Aprile 1944. Almeno avessi qualche libro da leggere, da studiare! Ho soltanto Dante e un blocchetto con alcune matite colorate; ben poca cosa con tutto il tempo disponibile.

Oggi, 18 Aprile 44, ho, con molto rincrescimento, dovuto vendere gli ultimi tubetti di colori per 20 marchi. È un atto indegno per un artista vero che sente fin dalla nascita il culto dell'arte e del bello. Ma Dio mi perdonerà pensando che qui non potevo servirmene senza i pennelli e l'altro occorrente e poi avevo anche bisogno di mangiare. Ieri mi sono tagliato e cucito due pantofole sul tipo di quelle che mi faceva mia madre quand'ero piccolo.

Note
1. Il diario, scritto con grafia minuscola su un'agendina tascabile, inizia il 2 luglio 1943 e termina nell'aprile del 1945, al momento della liberazione, con brevi e saltuari appunti. La gran parte delle annotazioni riguarda il periodo aprile-maggio 1944.
2. Guglielmo Ponzi, morto nel dicembre 1943.
3. La citazione esatta dalla Divina Commedia di Dante Alighieri è «Tu proverai si come sa di sale lo pane altrui,) (Paradiso, canto XVIII).
4. Ibid., Inferno, canto IV.
5. La moglie, Albertina Vaienti.
Premessa
Il periodo passato da Ettore Ponzi nell'aprile 1944 nel campo di Vienna fu particolarmente sofferto per la mancanza di una sufficiente alimentazione visto che non erano ammessi per gli IMI aiuti da Croce Rossa o esterni. Per un po' di tempo Ettore integrò le sue razioni utilizzando i miseri proventi che gli derivavano dai ritratti di prigionieri francesi o inglesi che eseguiva su richiesta. Alla fine dovette vendere anche i suoi strumenti di lavoro per sopravvivere.
L'agendina-diario
Questo breve capitolo del diario è contenuto nel volume di Avagliano/Palmieri (2010)

 
Ettore Ponzi