Memorie di guerra e prigionia
Un Presepe originale, ovvero una pagina di fede scritta in campo di concentramento.
di Mirella Capretti

Mi è capitato di assistere alla proiezione di un filmato molto particolare insieme ad alcune classi della Scuola Media “Pietro Zani” di Fidenza, il 27 gennaio scorso, al Centro Culturale San Michele, su invito dell’allora Preside Paolo Mesolella poco tempo prima del suo trasferimento.
Ora, nella vicinanza del Natale, visto che di Presepe si tratta vorrei parlarne sperando di riuscire a rendere gli stati d’animo che quella visione mi ha suscitato. Quel Presepe è legato alla storia di un fidentino noto, il pittore Ettore Ponzi, internato in Campo di Concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Premessa: la guerra e la prigionia.
Ponzi, richiamato alle armi all’inizio del 1941, poco tempo dopo l’entrata in guerra dell’Italia, fu uno dei 140.000 militari italiani a dover combattere in Albania e in Macedonia contro la Grecia.
Vero pittore, nell’anima e nella mente, partì per un destino ignoto coi colori e i pennelli, e questi sono stati la sua ancora di salvezza per sopravvivere .
Era tenente della Seconda Armata divisione Arezzo che si dissolse dopo l’8 settembre ‘43.
Allo sbando insieme ai compagni, lasciò Berat, città dell’Albania, per raggiungere lo smistamento in Macedonia,  ma non potendo portare i suoi ultimi lavori, li seppellì in una cassetta militare lungo la sponda del fiume Osum, vicino al ponte. Materiale prezioso che non fu mai più ritrovato.
Sfuggì alla fucilazione – gli ufficiali dei carabinieri della colonna Gamucci, a cui si era unito, venivano fucilati nudi per non consumare le divise – e peregrinò per quattro mesi, in inverno, sulle montagne, prima di arrendersi ai tedeschi, sfinito e denutrito, il 1 gennaio ‘44.
Come prima destinazione fu portato in Jugoslavia, a Belgrado.
Gravemente malato fu ricoverato nell’ospedale militare tedesco, con medici e infermieri italiani; ritenuto morto, fu messo in un sacco in uno scantinato insieme ad altri morti, ma un ufficiale medico tedesco notò che il sacco si muoveva...e gli  salvò la vita. In nave, via Danubio, fu poi internato in un campo a Vienna, dove è sopravvissuto ritraendo i prigionieri francesi e inglesi, ma alla fine, per fame, ha dovuto vendere anche gli ultimi tubetti di colori.
Gli IMI -Internati Militari Italiani- rinchiusi nei lager per non aver aderito alla logica criminale nazista né ai compromessi della Repubblica Sociale italiana, erano esclusi dagli aiuti della Croce Rossa.
Fu poi trasferito nel campo  di Wietzendorf, (Oflager 83, un campo per ufficiali) nell’Alta Germania (prima “abitato” da prigionieri russi e polacchi, 16.000 dei quali “sepolti” nel cimitero nei pressi del campo…). Con lui erano i fidentini Ramenzoni Bruno, Rainieri Dante, Macchiavelli Angelo  ed altri a dividere tribolazioni, malattie, sporcizia, freddo, fame, umiliazioni e paura, nel secondo inverno di prigionia.  
Lì ha incontrato anche il pittore parmigiano Arnaldo Spagnoli (che ha ritratto ad acquerello in un piccolo foglio di carta) e  per un limitato periodo lo scrittore della Bassa Giovannino Guareschi .     Ponzi, che è riuscito a tornare nella sua Fidenza dove avevano bombardato anche la sua casa, oltre che conservare acquerelli e disegni di prigionia, dipinse le desolate immagini che si erano impresse nella sua mente in quegli interminabili giorni e notti “di vita dannata”. In un quadro ad olio ha raffigurato gli internati in fila nelle lunghe ed estenuanti marce tra le baracche, nel campo di Wietzendorf delimitato dal filo spinato e coperto di neve, sotto la mira delle sentinelle sulle torrette.  Il dipinto, donato al Museo di Storia Contemporanea di Milano, è stato pubblicato in copertina alla rivista dell’Associazione – ANPI Oggi - nel marzo 1996.

Il Presepe.
Per gli uomini del campo tedesco, ridotti al silenzio, con  ferite nel cuore e nel corpo, la speranza di ritornare diveniva sempre più flebile ed il dolore per gli affetti famigliari persi e la Patria lontana si faceva sempre più struggente, ma bisognava continuare a vivere con dignità e l’unico aiuto poteva venire solo dalla Fede. Così il colonnello Pietro Testa, per combattere il senso di disperazione che stava crescendo tra gli internati, pensando al Natale vicino, diede un ordine speciale ai suoi compagni di sventura: “Un presepe in ogni stube”.
Impastando il fango, unica cosa che era in abbondanza, si fece un presepe in ogni baracca, ma in quella di Ponzi , il sottotenente Tullio Battaglia di Milano, un tipo estroso, pensò a qualcosa di originale coinvolgendo tutti con un piccolo contributo-dono-rinuncia.
La speranza che alberga comunque nell’uomo allo stremo delle forze, anche se sembra inconsistente, può far emergere una grande forza di volontà. Così tra il 3 novembre e il 23 dicembre tutti i reclusi furono occupati a realizzare le statuine-pupazzo, un’impresa quasi impossibile in quelle condizioni, ma sostenuta da un forte desiderio e, sicuramente, dalla preghiera intima di ogni soldato.
Bisognava arrangiarsi con quello che si trovava nel campo, di sera e di notte, in silenzio e al freddo di -10°, sempre di nascosto, con l’orecchio attento ai passi dei nazisti nei severi frequenti controlli quotidiani.
Per fare luce ciascun soldato rinunciò a 1 grammo dei 15 di margarina della razione quotidiana e con uno stoppino messo in una lattina si riuscì a illuminare il lavoro, forse visto più con la mente che con gli occhi.
Con grave rischio per la vita, sempre di notte, Battaglia andò a rubare pezzi di filo spinato dai reticolati per fare lo scheletro delle figure, alte 35 cm, dopo aver tolto le spine con le dita.
Le teste, le mani e piedi vennero intagliati rozzamente in alcune assicelle dei letti a castello (tavolette di 70 cm x 30 rubate nei punti meno visibili), con un coltellino scout a doppia lama. Venne usato anche un punteruolo, una forbicina, alcuni aghi e un cardine di porta a guisa di martello.
Tutto materiale sfuggito alle ispezioni.
I prigionieri, quasi tutti graduati, che avevano potuto conservare dopo la cattura la loro cassetta d’ordinanza con piccoli ricordi delle persone care portati da casa, custoditi e difesi gelosamente fino ad allora, offrirono generosamente le loro piccole gioie a Gesù Bambino, come i fazzoletti di pizzo dono di fidanzate e mogli.
Un pezzo della giacca dell’uniforme grigioverde dell’artigliere da montagna, capitano Dalla Bernardina di Belluno e il pelo dell’agnello ricavato dalla fodera del pastrano del capitano Bertolotti di Como, usato per i capelli e la barba, diventarono le parti essenziali di tutte le figure. I vestiti sono stati cuciti col filo tolto da qualche straccio colorato; le aureole vennero fatte con le corde della chitarra del tenente Zoffoli di Forlì; le armature, le corone e i doni vennero ritagliati da vecchie lattine.
I Re Magi furono i primi a prender forma: uno con turbante e fascia ottenute da un ritaglio di pigiama del tenente Mantobbio di Milano; un altro, coperto da un manto rosso ottenuto da un pezzo di una bandiera italiana - tagliata dai prigionieri per sottrarla alle perquisizioni naziste -  ha per collana un  pendaglio del braccialetto del tenente Mendoza di Vigevano; il terzo magio presenta i pantaloni ricavati  dalle calze della befana spedite dai suoi bambini, l’anno precedente, al capitano Gamberini di Bologna.
La Madonna con le trecce nere - a quel tempo erano di moda - fatte con un paio di calze di cotone e lana  è raffigurata in atto di offerta del Figlio come olocausto.  Ha il manto azzurro offerto dal tenente Altasoldiari di Milano, come velo, la sciarpa d’ordinanza di un ufficiale,  guarnito dal pizzo del fazzoletto del tenente Zimaglia e sormontato da una corona di stellette.
Il vestito del Bambino è coperto da un fazzoletto di seta del tenente Michele Bianchi di Milano.
Il mantello di San Giuseppe è tagliato nel sacchetto delle pulizie del capitano Trombetta di Como. Il bastone ricavato dalla bacchettina della ramazza usata per pulire la baracca. L’asinello è ricoperto di tela di juta ricevuta da un compagno di una baracca vicina – chissà con quale baratto - e il bue ha la campana.
Ogni ritaglio di tessuto, ogni scheggia di legno, ogni filo, ogni cucitura, ogni pezzo di lattina usati, ricordano un uomo, una dolorosa esperienza, un periodo triste della giovinezza rubato alla vita.
Emerge nel manufatto la nostalgia per la terra madre, che fa riflettere e diventa quasi un monito per gli uomini di oggi:  l’Italia tutta, da nord a sud, l’Italia lontana che forse non si sarebbe più vista, ricordata da alcune figure, doveva rendere omaggio alla nascita del Redentore che si affaccia al mondo in miseria per essere di sostegno ai miseri.
Così l’Italia Settentrionale è rappresentata dalla contadina lombarda e della Valle Padana, vestita di cotone rigato con la stoffa del sacchetto di pulizie del tenente Gigi Peroni di Milano; nel cesto offerto al Bambino i colori della frutta ricordano tutti i colori delle Armi delle Forze Armate Italiane. l’Italia Centrale, il cuore dell’Italia, ha come rappresentante lo zampognaro d’Abruzzo vestito con pezzetti di panno: rosso in omaggio alla Fanteria, verde per ricordare gli Alpini, amaranto per non dimenticare il Genio, con piccoli corni di cornamusa ricavati……..
Per  l’Italia Meridionale e Insulare è stato scelto il pastore calabrese. La pecora ha il pelo di tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo.
Non poteva mancare l’immagine di San Francesco, devoto omaggio al Patrono d’Italia,  il Santo della povertà che ha inventato il Presepe. Coperta da un lembo del saio di Padre Licinio Ricci, il cappellano cappuccino, ha in mano il Rosario del capitano.
Tra le figure vi è anche un guerriero longobardo. E’ vestito con un ritaglio di coperta da campo ed ha l’ armatura fatta di lattine (lo scudo è un fondello di scatoletta); sul busto ha cucito un lembo strappato della camicia azzurra del tenente Alviano di Alessandria e le mostrine dei “Lupi di Toscana”, del tenente Mario Vezzosi di Milano, fanno da risvolto alle maniche rosse.
Anche il guerriero più brutale di fronte a Gesù Bambino depone le armi! 
Il Battaglia per ricordare che da ragazzo aveva lavorato nella Tessitura (di Carlo Fumagalli di Varese) realizza una tessitrice che davanti ad un rudimentale a telaio tesse, quasi come sfida, la bandiera tricolore italiana, proibita nel lager, bandiera mai dimenticata e sempre amata anche in quei tristi frangenti.  Col filo spinato ed alcuni rami secchi come sfondo il lavoro era finito.

La Messa di mezzanotte.
Don Costa da Vicenza aveva preso l’impegno per venire a celebrare la Messa la notte della vigilia di Natale, ma gli avevano detto: “Sta’ nella tua baracca, se no ti sparano!”. E lui in dialetto veneto: “Ghe penso mi!”. L’uscita rischiosissima avrebbe potuto portare severe punizioni a tutti quanti.
A mezzanotte meno dieci un ringhiare di cani seguito da un abbaiare agghiacciante sottolineò i passi furtivi del prete tra i reticolati. Le sentinelle erano già in allarme.  Sull’uscio della baracca si delineò una figura infagottata e trafelata: Don Costa ce l’aveva fatta portando con sé l’occorrente per la Messa “clandestina”.
Una bandiera tricolore sgualcita, gelosamente custodita fin ad allora, era stata messa, col rischio della vita di tutti, sulla tavola, a guisa di altare, come tovaglia.  E grande sorpresa per Don Costa fu quel Presepe inaspettato appena visibile da una luce fioca, contemplato in silenzio da uomini assorti, raccolti in preghiera, denutriti, febbricitanti, coperti di poveri stracci, in mezzo a tanto freddo.
Attimi… D’improvviso si accese la luce elettrica dello stalag: era l’ispezione!
Entrò un ufficiale tedesco armato fino ai denti. In silenzio, nessuno si mosse.
Quali pensieri, in quel momento, potevano essere nella mente di quegli uomini, non saremo mai in grado di immaginare.
“Pfui, was is das?”, (puàh, cos’è questo?) urlò con disprezzo. Nessuno  rispose. L’ ufficiale guardò il Presepe da lontano, non disse più nulla e uscì. Ancora silenzio.
Poco dopo entrò il colonnello tedesco comandante in capo, il silenzio si fece più profondo, la paura più nera. Ma egli non proferì parola, rimase  inchiodato per un attimo davanti al Presepe, meravigliato forse, non riuscendo a capire come una cosa del genere fosse sfuggita ai loro controlli, poi girò i tacchi  e se ne andò.  La celebrazione della Santa Messa, indimenticabile, ebbe inizio.
Forse qualche lacrima rigò quei visi scavati e sofferenti, poche perché ormai anche quelle erano esaurite, ma la luce era ritornata fioca e il fango sotto i piedi non se ne è accorto…

Il Presepe oggi.
La composizione di 15 statue è ripresa e raccontata da un video di Don Sandro Bottigella una decina di anni fa basato sulla testimonianza di Tullio Battaglia è ora conservata in Sant’Ambrogio a Milano, per volontà testamentarie dell’internato parrocchiano Tullio Battaglia, il principale autore, che era riuscito a portarla a casa, ripiegata, in una valigia di cartone, dopo la liberazione. Battaglia ha lasciato pure scritto: “Manca il bue, un bue con un grande collare e una grossa campana, come quelle che nei nostri pascoli alpini risuonano al passo lento delle mandrie. E’ rimasto lassù, povero prezioso segno a tenere compagnia a quelli che l’hanno visto nascere e non sono tornati”.
Al posto del bue, ritornato libero, costruì un fante, alto e possente, a mostrare tutta la fierezza della dura prova della sua scelta, in divisa grigioverde con una bustina in testa.
Il Presepio, che è anche divulgato da una cartolina in vendita presso l’entrata al Tesoro di S. Ambrogio della città meneghina, è ricco di simbolismi che fanno riflettere e meditare, è un canto di amore e di fede, sostenuto dal rispetto per la Patria tutta, bell’esempio da proporre anche nel 150° dell’Unità d’Italia.
Ma per guardarlo bisogna essere preparati perché è di una “bellezza” difficile da capire oggi: lo si può vedere solo con gli occhi del cuore.

Quale contributo abbia dato Ettore Ponzi alla realizzazione del Presepe, non è dato sapere. Lui non ha mai parlato della cosa coi suoi cari, i quali sono venuti a conoscenza del fatto solo qualche anno fa, dopo la morte del pittore, d'altra parte il Presepe fu ricostituito nel 2001 cioè cinquanta cinque anni dopo .
Egli non parlava volentieri dell’esperienza della prigionia, forse cercava di reprimere, di dimenticare. Molti degli uomini tornati dai Campi di Concentramento, del resto, hanno evitato accuratamente di raccontare dei tempi della prigionia. I parenti attorno avrebbero voluto sapere, ma per rispetto, per non riaprire una ferita, hanno taciuto, non hanno chiesto, e i vecchi se ne sono andati. 
Secondo il figlio Ambrogio - che mi ha fornito la documentazione e che ringrazio – potrebbe aver disegnato il fondo, filo spinato e alberi secchi, perché  rimandano al suo stile.
E’ certo, però, che, una volta tornato ogni Natale il Presepe non mancò mai in casa Ponzi, anzi era particolarmente grande e, nel costruirlo venivano aggiunti alcuni elementi poveri recuperati dal quotidiano da cui emergeva quel tipo di manualità e quell’arte di arrangiarsi che potevano essere segno di un “ricordo” da tenere in fondo all’anima.



Ettore Ponzi

Un Presepe originale, ovvero una pagina di fede scritta in campo di concentramento
Il presepe in una foto scattata nella Basilica di Sant Ambrogio da Sonia Previati di Milano - dicembre 2013


La Prof.ssa Mirella Capretti, insegnante di disegno, ha curato  attività didattiche di ricerca e mostre in ambito scolastico: nella Scuola Media di Fontevivo su "La Chiesa e il Convento dei Cappuccini" e sulla "Tomba di Guido Pallavicino" in Abbazia; nella Scuola Media di Fontanellato su "Gli Ex Voto del Santuario", sul "Teatro Comunale" e sulla "Rocca Sanvitale"; nella Scuola Media di Fidenza su "L'abate Zani", titolare.

A Fidenza ha ideato i tre Convegni "L'abate Zani e il suo tempo", realizzati con l'Associazione "Le vie del sale" e contribuito alla pubblicazione dei volumi di A. Leandri: "Momenti di festa a Borgo San Donnino nel Settecento" (2005), "Pietro Zani e l'idea enciclopedica" (2006), "Il pittore Carlo Angelo Ambrogio Dal Verme" 1748 - 1825" (2007).
Ha pubblicato
  • nel 2010: "L'abate Don Pietro Antonio Maria Zani fidentino Autore dell'Enciclopedia Metodica Critico-Ragionata delle Belle Arti Discorsi Preliminari" di Paolo Mesolella e Mirella Capretti, Edizioni Il Mezzogiorno, presso Global Print, Gorgonzola, Milano.
  • nel 2012: "Rino Sgavetta Il puro canto delle forme", di Marzio Dall'Acqua e Mirella Capretti, Tipografia La Colornese sac di Colorno (Parma) per conto di Tielleci.
Collabora con articoli al settimanale "Il Risveglio" e al periodico "Cara Val Stirone",